09/02/2010

Rifiuti Umani.

Roma è una città sporca. Inutile girarci intorno o tentare arrampicate sugli specchi per giustificare una situazione vergognosa: qui la stragrande maggioranza degli abitanti si disinteressa completamente della questione ambientale, insozzando abitualmente la città con fare compiaciuto. Come se gettare rifiuti a terra fosse un diritto incontestabile dell’essere umano.

Il Comune di Roma conduce una battaglia di prevenzione, combattendo la tentazione dei romani di gettare i propri rifiuti a terra. Affidandosi come tutte le aziende a geniali laureati dai salari altissimi – i cosiddetti CREATIVI PUBBLICITARI, quelli che parlano di propaganda pubblicitaria come se fosse un’arte vera e propria e non un’invenzione di Heinrich Himmler – la giunta dell’ex fascista e incidentalmente sindaco Gianni Alemanno (sì, quello con gli occhietti minuscoli che con gran coraggio ha sposato Isabella Rauti), ha sfornato un nuovo fulminante argomento per invertire il trend insozzante della popolazione capitolina. Grossi manifesti con la foto di un volantino accartocciato ricordano ai passanti che BUTTARLA PER STRADA TI COSTERA’ MOLTO perché arrivano finalmente le MULTE PER CHI SPORCA: esborso standard di cinquanta euro per chi getta rifiuti al di fuori degli appositi contenitori.

Insomma, la questione senso civico è completamente abbandonata: neanche l’istituzione che per ovvie ragioni dovrebbe incentivarne lo sviluppo nella formazione culturale dei cittadini se ne cura più. Forse ha smesso anche di crederci. Il punto quindi non è “non sporcare per rispetto della collettività” ma “non sporcare perché costa cinquanta euro, ammesso che ti becchiamo”. Il cittadino è autorizzato a pensare CHISSENEFREGA di questi marciapiedi tanto qualcuno a pulire prima o poi passerà, l’importante è non incappare in un PIZZARDONE perché questa legge vergognosa lo autorizzerebbe a sfilarmi cinquanta euro.

Nell’immaginario collettivo la “vera battaglia” è quella per instillare il senso civico negli italiani, far passare l’idea che la conservazione di una città entro i limiti della decenza è un traguardo alla nostra portata e che non solo i supereroi ariani delle mitologiche democrazie Scandinave possono riuscire nell’intento.

Quando però chi amministra la città dimostra di pensarla esattamente come i cittadini che dovrebbe educare – buttando la questione sull’aspetto economico – allora io mi chiedo se voglio veramente continuare a vivere in questo posto: l’idea di condividere l’aria che respiro con chi preferisce pagare cinquanta euro piuttosto che impegnarsi a rispettare il prossimo mi fa venire da vomitare.

20/01/2010

Il 2010 e i buoni propositi.

Ok, forse ho lasciato che passasse troppo tempo dall’ultimo post. È che di mezzo si sono messe una serie di situazioni limitanti tipo: lavori invasivi nel mio appartamento, certe feste comandate, una settimana bianca e un violento raffreddore debilitante che ho riportato a Roma come souvenir e che dopo dieci giorni inizia sul serio a rompere i coglioni. Così ho rimandato lo scrivere, aspettando momenti migliori. Che non sono arrivati, quindi mi accontento di quello che ho.

Il VENTIDIECI è l’anno dei buoni propositi: per questo motivo – e per colpa della mia pancia da alcolista – ho deciso di interrompere il digiuno autoimposto ultraventennale di attività sportiva acquatica nota anche come “nuoto”. Essendo passati vent’anni dalla mia ultima apparizione in una piscina decido di rimandare l’idea del nuoto libero e segnarmi a un vero e proprio corso per rinfrescarmi la memoria. Spendo ottanta euro in materiale tecnico:un orrido costume aderente, una cuffia in lattice grigio antracite che mi fa sembrare un grosso ratto cyberpunk  e l’accappatoio-truffa in microfibra che non si bagna (e non asciuga). Finalmente e per la prima volta potrò assaporare il gusto di andare in piscina senza essere trascinato brutalmente dai miei genitori mentre piango disperato.

L’impatto è migliore del previsto: l’acqua calda è piacevole, la mia istruttrice non crede che io sia un caso disperato e la piscina è molto più corta di quanto pensassi. Parto con grande enfasi, nuotando a ritmi inspiegabilmente forsennati ispirati a Mark Spitz e Michael Phelps:  dopo venti minuti sono cianotico in volto, la pressione scende ai minimi storici, vado in iperventilazione e preda di uno stato confusionale mi convinco per un attimo di essere nel Mar Rosso a fare snorkeling in compagnia di Jessica Alba.

Elemosino un po’ di compassione e guadagno il permesso di ritirarmi negli spogliatoi, dove passo momenti difficili esplorando mondi al confine con le allucinazioni audiovisive. Dopodichè riacquisto gradatamente l’uso degli arti e a fatica mi rivesto, fermandomi ogni venti secondi a respirare profondamente.

Ed era solo una lezione di prova.

04/12/2009

omsilluB (Bullismo al contrario)

Dotando le aule di un sistema di videocamere a circuito chiuso, in un asilo di Pistoia hanno scoperto che le maestre sottoponevano i bambini a violenze fisiche e psicologiche, lasciandosi andare a reazioni isteriche che non si sposano affatto con il profilo ideale dell’educatrice d’infanzia.

Un tipico caso di bullismo al contrario. L’opinione pubblica è scandalizzata.

Ma dove sta la sorpresa, dico io. La mia esperienza scolastica insegna che per dimostrare l’inadeguatezza degli insegnanti basterebbe riprendere quel che avviene nelle classi: verrebbero fuori situazioni da codice penale e il giorno dei colloqui per tranquillizzare i genitori imbestialiti non basterebbe un anestetico da safari.

Pistoia non è affatto un caso isolato.

Il mio carnet dei ricordi di eventi sgradevoli è ben nutrito e comincia dalle elementari: ricordo chiaramente a Verona un ombrello rotto in testa dalla maestra Armellini a un mio compagno di classe. Ma anche nei miei anni di elementari a Roma i dettagli pulp non mancano: piatti pieni in mensa rovesciati addosso a chi non voleva mangiare, vessazioni e umiliazioni psicologiche reiterate nei confronti dei bambini più deboli.

E Orlando.

Orlando era un bambino polacco in una classe di italiani. Non come ora, che i bambini sono abituati ad essere circondati da stranieri e hanno gli strumenti per non vederli come alieni. Orlando era un bambino polacco in una classe italiana nel 1987 e tutti i suoi compagni almeno una volta hanno avuto la percezione di lui come di un “diverso”. Anche se in mezzo a trenta persone, Orlando era, il più delle volte, solo.

Oltre ad essere polacco, Orlando era anche il classico bambino “pasticcione”: quello che faticava a studiare, spesso agitato, incapace di restare un giorno in classe senza fare danni. Carne da macello per la nostra insegnante, la maestra Assunta da Foligno, biondissima signora di mezza età che ho sempre faticato a riconoscere se messa accanto a una foto di Augusto Pinochet.

Succede che un giorno sparisce un orologio. Fatto sta che nel giro di pochissimo tempo i sospetti si concentrano – guarda caso – su Orlando, che viene nominato agnello sacrificale per la scena di violenza psicologica infantile più cruda cui abbia mai assistito. La maestra Assunta, col suo taglio di capelli “Valderrama” tenuto in piedi da innumerevoli bombolette di lacca, lo costringe – davanti a tutti – a salire su un banco. Dopodiché lo perquisisce costringendolo a denudarsi, fino a restare in mutande. Ho un ricordo nitidissimo di Orlando disperato che piange seminudo in piedi su quel banco che – visto col senno di poi – somigliava tanto a una gogna. Noialtri bambini di sei anni lo guardiamo, l’orologio non salta fuori ma nessuno se ne accorge, a nessuno interessa. Nessuno di noi si chiede se quel che sta succedendo è giusto: se la maestra fa così vuol dire che ha ragione e per questo motivo nessuno di noi racconterà nulla ai propri genitori.

Se la sequela di violenze psicologiche inferte dalla maestra Assunta negli anni si fossero limitate a rendere Orlando un ragazzo problematico, avremmo potuto considerarlo tutto sommato un lieto fine. Purtroppo Orlando – che ha incontrato nei suoi anni di formazione gente inadeguata a ricoprire ruoli cruciali – si è impiccato qualche anno fa, a 25 anni. Nessuno mi leva dalla testa che le radici di quel malessere andassero cercate nella sua infanzia. So che la maestra Assunta – ormai anziana e inoffensiva – ha considerato opportuno presentarsi al funerale, con l’aria grave di chi è sinceramente dispiaciuto.

Quando si dice: “un coraggio da leoni” .

16/11/2009

Una questione di aderenza.

Nel 1993 un mio amico aveva acquistato un giornaletto, formato fotoromanzo, che si intitolava “STEFY LA CALDA MAESTRA PISCIATELLA” e raccontava da un punto di vista inedito il rapporto professori-genitori durante i colloqui. C’erano due energumeni, uno col taglio da marine biondo ossigenato e l’altro caraibico coi dreadlocks (davvero poco credibili come genitori) che conversavano con questa Stefy, maestra procace con una passione sfrenata per la golden shower. A pagina 1 si presentavano stringendosi la mano, a pagina 3 il nero già le pisciava in gola, senza neanche sapere ancora che voti avesse preso suo figlio. Su un fotoromanzo di 10 pagine l’azione vera era relegata alle ultime 3 o 4 e non tutti gli scatti erano soddisfacenti per il povero lettore.

Negli anni della mia adolescenza poi, per quanto riguardava il fronte audiovisivo, dovevi anzitutto prelevare i VHS dal distributore automatico del tuo videonoleggio di fiducia, facendo i conti con lo scomodo effetto collaterale rappresentato dalla TESSERA FAMILIARE: questo significava che in qualsiasi momento un qualsiasi esponente del tuo nucleo familiare avrebbe potuto visionare la lista dei film noleggiati. E cosa avrebbe detto tua madre scoprendo che tra “Mamma ho perso l’aereo” e “Chi ha incastrato Roger Rabbit” qualcuno aveva noleggiato “Un pistone dentro al culo” ? Inoltre scegliere un film porno solo da locandina e titolo a volte era frustrante: in base a cosa avresti potuto scegliere tra “TRE PORCONE SU UN BILIARDO” e il suo sequel, se non sulla vecchia legge cinematografica che vuole i primi episodi sempre migliori dei secondi?

Ma le cose stavano per cambiare grazie a Internet, che avrebbe avuto sul mondo della pornografia un impatto devastante. Molti di noi – non quelli che al liceo erano considerati “FICHISSIMI” si intende – prima di cominciare col sesso vero e proprio avevano già messo da parte una discreta esperienza voyeuristica grazie allo strumento internettiano. Pensiamo al giovane virgulto vergine e insicuro di oggi: si presenta ai nastri di partenza con ore e ore alle spalle di materiale audiovisivo, conosce a memoria tutte le posizioni possibili, sa perfettamente quali sono le zone erogene e che effetto fa stimolarle. Sa che le donne – a volte – schizzano un liquido trasparente urlando come ossesse, che la misura media di un pene è di 25 centimetri (e questo nella stragrande maggioranza dei casi lo turba non poco) e la durata media di un coito è 45 minuti netti.

Dopodichè, si schianta contro la realtà.

I film porno non raccontano la verità eppure non ho mai visto nei titoli di testa un messaggio tranquillizzante tipo “SI AVVERTONO I GENTILI SPETTATORI CHE IL PENE DI LEXINGTON STEEL E’ AMPIAMENTE AL DI SOPRA DELLA LUNGHEZZA MEDIA. SI PREGA QUINDI DI NON CIMENTARSI IN INUTILI E CONTROPRODUCENTI PARAGONI”.

Per non parlare delle donne: le attrici porno urlano di piacere estatico mentre vengono stimolate zone NON EROGENE. Perché questo non viene specificato? Perché non visualizzare una scritta lampeggiante rossa con su scritto “JADA FIRE STA FINGENDO” ?

Quel senso di inadeguatezza che a volte ci attanaglia dunque è semplicemente la forma che il cervello dà all’asimmetria tra il nostro immaginario – fatto di Rocchi Siffredi superdotati instancabili che fottono a ripetizioni regine dello squirting – e la realtà.

Credetemi: l’ansia da prestazione non è altro che un’invenzione dell’industria pornografica.

Proprio come l’ANUS FRUITSHAKE.

03/11/2009

Psicosi suina.

Proviamo a essere onesti: non ci vuole molto a gettarmi nel panico ipocondriaco più totale. La nuova influenza H1N1 quindi non ha faticato affatto a ritagliarsi un posto in tribuna d’onore nel carnet delle malattie simulate da quello stakanovista del mio cervello.

Documentarsi è inutile: sapienti luminari del giornalismo commerciale hanno ormai irrimediabilmente compromesso la funzione propria del mezzo di comunicazione, puntando tutto sulla carta dell’allarmismo: il risultato è che leggendo un giornale qualsiasi puoi scoprire che l’H1N1 è una normale influenza, solo più facile da contrarre, solo più violenta, anzi no è più leggera, però potresti avere complicazioni pericolose e con un tasso di mortalità più basso. Anzi no, è più alto. O forse più basso? Fatto sta che bisogna vaccinarsi, anche se in realtà non è così necessario se non sei un soggetto a rischio.

Sì ok, ma a rischio COSA?

Sono uno che si misura ossessivamente la febbre, anche dieci volte nell’arco di un’ora. È per mantenere un controllo sull’evolversi della mia malattia. Forse vivo la condizione di “malato” con un po’ troppa autoconvinzione: mi deprimo, divento irritabile, tendo a vedere il futuro nero, come se la situazione non dovesse migliorare mai. Per me lo status di malato comincia con 37,1 e attraverso poche fasi intermedie si conclude col rigor mortis: quando ho la febbre tra me e un malato terminale, psicologicamente parlando, non intercorre alcuna differenza.

In giro, per strada, la gente comune ha cominciato a lavorare di immaginazione, gonfiando enormemente le capacità infettive di questo minuscolo organismo: ieri al bar sentivo uno sostenere che se starnutisci a distanza di qualche metro il virus vola direttamente nelle narici di qualcun altro, contagiandolo all’istante.

Sventolando giornali con toni da Speaker’s Corner, nei luoghi pubblici si sostengono tesi allarmiste da complotto mondiale, tipo “è tutta una macchinazione delle industrie farmaceutiche” oppure l’evergreen “è il test di un’arma batteriologica americana sfuggito di mano”. Un padre di famiglia mentre sorseggiava il suo caffè domandava incessantemente “Mio Dio, se è una normale influenza perché TUTTI questi bambini continuano a morire?”.

Io deglutisco ogni trenta secondi, tutto il giorno da dieci giorni, per sentire se mi sta venendo mal di gola. Solo il mercoledì trovo un certo sollievo, grazie al mio strizzacervelli che è sempre in grado di riportarmi a un livello medio di razionalità.

La settimana scorsa mia sorella ha contratto una forma X di influenza, incrementando a dismisura il mio disagio e costringendomi letteralmente a murarla viva dentro la sua camera, inibendole la libera deambulazione nel settanta percento del nostro appartamento e l’uso degli elettrodomestici comuni, telecomando incluso.

Per miracolo sono riuscito fino adesso a scamparla. Oggi però ho letto le dichiarazioni di Ferruccio Fazio, che invitava tutti alla calma ma si diceva anche preoccupato perché l’ondata pandemica potrebbe registrare un secondo acme l’autunno prossimo.

Dico, scherziamo? E io dovrei sorbirmi trecentosessantacinque giorni consecutivi di psicosi suina? Ma questi lo sanno che il mio analista si prende ottanta euro a seduta?

12/10/2009

Appropriazione indebita di un mito.

A sedici anni possedevo poche cose. Tra le più importanti, una t-shirt del Che.

Frequentavo il Liceo Tasso, prima da iscritto e successivamente da guest-star. Il Tasso è famoso a Roma per esser sempre stato uno dei punti “caldi” di aggregazione della sinistra giovanile. Questo background faceva sì che ai miei tempi si respirasse ancora l’aria dell’impegno politico: c’erano veri e propri PARTITI che concorrevano alle elezioni del consiglio d’istituto, c’erano i collettivi di sezione e poi si parlava tanto del subcomandante Marcos, del Chiapas, del socialismo utopico, delle lotte di classe, delle OKKUPAZIONI. Le ragazze rimanevano affascinate da orripilanti diciottenni barbuti che esprimevano una totale padronanza del bagaglio culturale marxista: a quei tempi, certi modelli di uomo eccitavano le femmine molto più dell’idraulico aitante da film porno. Per quanto riguarda me, la barba non ce l’ho neanche adesso. A quei tempi poi mi limitavo a indossare la maglietta del Che perché sapevo bene quanto fosse un simbolo per noi giovani di sinistra (e quanto piacesse alle ragazze): romantico e rivoluzionario socialista, crede talmente tanto nei suoi ideali che abbandona il potere per inseguire il sogno di un’altra rivoluzione, prima in Congo e poi in Bolivia.

Un eroe.

Di sinistra.

Un eroe di sinistra.

 Mi chiedo cosa avrebbe pensato il Giulio sedicenne – con la sua romantica t-shirt socialista addosso -  se si fosse trovato davanti il manifesto di Casa Pound col faccione del Che in bella mostra. Per chi non è pratico, Casa Pound è un “centro sociale di destra”(anche se loro preferiscono la ridondante definizione di “associazione di promozione sociale”). Come simbolo hanno una tartaruga, che se la guardi in un certo modo è una celtica e se la guardi in un altro modo è una croce di ferro e se ti impegni un po’ di più secondo me somiglia anche un tantino a una svastica.

Oggi sbattono la faccia di Ernesto Guevara de la Serna detto “Che” sul loro manifesto.

Insomma, va bene il dialogo, va bene il confronto, ma questo è appropriazione indebita.

E non è neanche la prima volta che lo fanno.

 Il Signore degli Anelli è uno dei libri più importanti della mia vita: l’ho letto per la prima volta a 10 anni e il suo impatto sulla mia immaginazione è paragonabile allo schianto di un meteorite. Dopo qualche anno, scopro che la destra giovanile rivendica da sempre come propri i valori dell’opera di Tolkien; il coraggio, l’onore e l’etica cavalleresca: tutti elementi che esaltano il giovane di destra (che però si esalta anche pensando allo squadrismo, che di cavalleresco ha ben poco).

Poi Battisti, perché in una canzone una volta dice “planando sopra boschi di braccia tese”.

Dopo si sono presi Capitan Harlock. 

Capitan Harlock è fascista, giurano. E hanno sbattuto anche lui sui manifesti quando organizzavano i dibattiti sul libro “Fascisti Immaginari”. Capitan Harlock lo vedevo a cinque anni, facevo il tifo per lui e non potete dirmi che è fascista solo oggi: trovo la cosa di una scorrettezza inaudita. Ma solo di recente hanno alzato il tiro: qualche mese fa campeggiava transitando sotto il cavalcavia di Batteria Nomentana un grosso striscione con manifesto annesso (sempre marchiato Casa Pound) dedicato a Rino Gaetano (no comment).

Oggi il Che.

Domani Peppone Stalin?

 D’accordo ragazzi. Non ho niente contro la destra giovanile, però forse stiamo pisciando fuori dal vaso. E dire che avreste un sacco di facce per riempire i manifesti: Cèline, Ezra Pound, Leni Riefenstahl. Tirati un po’ per le orecchie però che ne so, D’Annunzio e Marinetti. E se proprio non vi viene in mente nulla, c’è sempre quel buontempone di Paolo Di Canio. 

 A ognuno il suo. Più di dieci anni fa ho provato a rimorchiare le sedicenni che giocavano all’impegno sociale con la mia t-shirt del Che. D’accordo, non ci sono mai riuscito, ma mentre io percorrevo quella strada voi avevate i capelli rasati e gli anfibi. Noi eravamo le zecche, voi i fasci. Me lo ricordo bene, il Che era “nostro” e voi ci davate degli sfigati per questo: non è che adesso potete cambiare idea e fare come vi pare.

Certi simboli non si scambiano mica come figurine.

05/10/2009

Una manifestazione legittima.

Alla fine, ci sono andato.

Sabato pomeriggio (anche se per non più di un’ora e mezza) ho fatto parte dei trecentomila manifestanti, farabutti anti-italiani che hanno osato mettere in dubbio l’integrità della nostra democrazia. 

Breve elenco delle motivazioni che hanno determinato la mia partecipazione: la convinzione che in Italia non esista la libertà di stampa, il bisogno di dover continuamente affermare il mio antiberlusconismo, la sensazione che sabato ci fossero i presupposti per una corretta protesta popolare nei confronti di uno stato di cose che va rapidamente peggiorando.

L’entusiasmo però è cominciato a scemare molto presto: il mare di bandiere del PD che si agitavano in una Piazza del Popolo stipata di gente indicavano con esattezza la piega che l’evento stava prendendo.

Non c’è spazio per spontaneismi indipendenti qui: o tifi Roma o tifi Lazio.

Mi trascino a fatica attraverso l’oceano di manifestanti e grazie a una serie fortunata di eventi entro in possesso del pass per il backstage della manifestazione: mi stacco dal corteo dei precari e sguscio in un pertugio attraverso le transenne, accedendo finalmente a una zona tecnica antistante il palco dove l’ossigeno è sufficiente per tutti. 

Assisto all’arrivo di Veltroni, Franceschini, Bersani, D’Alema, Zingaretti. Saviano – pallido come nosferatu -  e la sua scorta, omoni minacciosi che spintonano chiunque per principio e danno l’idea di essere più pericolosi della camorra stessa.

Una serie di giornalisti televisivi a pochi secondi dalla diretta, affannati, che chiedono urlando ai vicini “chi è che sta parlando? Come si chiama?”. Non lo sanno e non lo so neanche io. So che da quando ha cominciato a parlare non ha fatto altro che elencare le sigle sindacali, i padrini della manifestazione, l’organizzazione della protesta, ed è solo ora che me ne accorgo: c’è qualcosa che non va.

Come per magia mi ricordo che scrivo su un settimanale e in un certo senso faccio parte di questo mondo che oggi si ribella. Non solo ne faccio parte: frequentandolo da vicino posso dire di conoscerlo abbastanza bene.  Questo mondo oggi si ribella perché Berlusconi, con l’arroganza tipica di chi ricopre una carica pubblica senza conoscerne l’etica, ha attaccato i giornali mettendo in dubbio la legittimità della loro funzione. Quindi i giornalisti insorgono perché viene messa in discussione la libertà di stampa e nessuno può assicurarci che il prossimo passo non sarà mettere in discussione la libertà di opinione?

No.

Questa è la storia carina e profumata che è stata allestita per catalizzare l’attenzione degli antiberlusconiani.

Questa è la storia carina e profumata che ha determinato la mia presenza qui. La verità invece è tutta un’altra storia, molto meno virtuosa, molto meno eroica, molto meno epica. Non è Braveheart, non è una battaglia contro l’Impero Intergalattico di Palpatine e Darth Vader. Questi giornalisti che dal palco oggi gridano il loro sdegno probabilmente non hanno fatto nulla durante la loro carriera per salvaguardare la libertà di stampa. Reportage cassati perché scomodi, linee editoriali ferree ed equidistanti, quello non puoi scriverlo, quello non puoi dirlo, non ci servono cose vere ma cose verosimili, mi raccomando non essere troppo duro, mi raccomando non criticare così apertamente la gestione societaria di quella persona.

Scrivere su un giornale non significa scrivere la verità. Eppure sono quasi del tutto convinto che il mestiere del giornalista consista nel riportare la verità. Giornalisti d’inchiesta come Travaglio e Saviano passano per eroi quando invece si limitano a fare il loro mestiere, in un contesto in cui tutti gli altri si rifiutano di farlo. Quello che oggi muove guerra a Berlusconi non è il popolo di una nazione esausta e snervata. È un establishment, un gruppo di potere che semplicemente è stato attaccato direttamente da un altro gruppo di potere. E quelle bandiere del PD rappresentano la fazione che per affinità culturale e condizioni politiche in questo momento favorevoli può schierarsi a favore di questa lobby, di questa corporazione offesa, di questi giornalisti attaccati duramente dal proprietario di un enorme gruppo editoriale.

Se vogliamo, da un concorrente spietato.

Alla fine di questo giro di parole, la verità che resta è una: la libertà di stampa in Italia non c’è ed è giusto manifestare. Ma non è colpa di Berlusconi: in Italia non c’è libertà di stampa a causa della sudditanza psicologica degli italiani nei confronti del potere.

Forse dovremmo smettere di vedere in Berlusconi la malattia: ho buone ragioni di credere che in realtà non sia altro che il termometro.

22/09/2009

Una questione di identificazione.

La visione del para-bellico INGLORIOUS BASTERDS (ebrei che scannano nazisti che insultano negri che danno fuoco a nazisti che s’ingozzano di strudel e cinema di propaganda, per la regia di Quentin Tarantino) mi ha stimolato delle riflessioni riferite al pasticcio di Kabul.

Discutendo animatamente con un amico (che vive nutrendosi di soli sofismi) a proposito della questione IDENTIFICAZIONE-DEL-CITTADINO-NEL-SOLDATO-MORTO-IN-AFGHANISTAN sono emersi degli aspetti che non avevo mai considerato.

Oggi sostenevo che non avendo preso parte in alcun modo alla seduta parlamentare che ha autorizzato l’invio delle forze armate in Afghanistan, faticavo ad identificarmi nei sei soldati morti. È una questione di motivazioni: per me è sbagliato essere lì, soprattutto ora che è stato revocato lo stato di missione di peacekeeping. Aggiungevo poi che non trovo corretto neanche parlare così male degli Afgani: in fin dei conti, quando sei in uno scenario di guerra occupando suolo straniero, il minimo che tu possa aspettarti è una Ford Fiesta carica di tritolo che corre verso di te ignorando i semafori rossi. 

È esattamente quello che fa ogni popolazione quando subisce un’occupazione straniera: prova a liberarsi.

 Il mio amico sofista allora ha replicato con un’affermazione inquietante: l’Esercito esige l’identificazione della nazione e i funerali di Stato per i suoi caduti per lo stesso motivo grazie al quale accetta di eseguire ordini senza fare domande. Ovverosia: l’Esercito accetta di continuare a considerarsi una zucca vuota, a patto che ogni tanto venga gratificato con qualche carezza.

 Il rischio, sostiene l’amico sofista, è che transitando per la non-identificazione (come me, parecchi altri) un apparato come l’Esercito potrebbe anche iniziare a domandarsi PERCHE’ eseguire ordini alla cieca se poi quelli da casa neanche tele-votano per loro. Notoriamente poi, quando le forze armate si interrogano sulla legittimità dell’eseguire gli ordini si finisce con l’assistere a un golpe militare.

Credo che il motivo della non-identificazione sia da cercarsi nella testa della questione: la distanza siderale che i partiti hanno sapientemente costruito nei confronti dei cittadini è il nodo centrale. Le decisioni della politica non ci riguardano, il nostro voto alle elezioni ha il sapore di una delega totale nei confronti di un simbolo, da quel momento in poi ci sentiamo autorizzati a disinteressarci di qualsiasi cosa abbia a che fare con la repubblica. 

Credo che la decisione di inviare l’esercito (che ricordiamo, è costituito da cittadini) non dovrebbe rimanere nelle mani della sola politica.

Credo che una nuova forma di referendum dovrebbe essere introdotta, perché è giusto sapere l’opinione di una Nazione su una questione che potrebbe influenzare in maniera decisiva e tragica la sua storia. 

Perché l’Esercito è un apparato costituzionalmente apolitico e non è giusto che venga diretto solo dalla politica.

Perchè i soldati italiani dovrebbero essere servitori della nazione e non servitori di un governo.

06/08/2009

Un’inflazionatissima questione di antropologia sociale.

L’amico D. si presenta oggi accompagnato da un grosso punto interrogativo:

 “Sono da poco diventato amico di una donna che mi attrae. Sono assillato costantemente da allucinazioni di Max Pezzali che canta LA REGOLA DELL’AMICO. Secondo te devo interpretarlo come un cattivo presagio?”

 L’appello tocca la mia sensibilità, a causa di una serie nutrita di avventure post-adolescenziali ambientate proprio in questo campo. La questione “uomo & donna : amici?” è uno dei grandi misteri insoluti che assillano da sempre l’umanità, insieme a “qual è l’origine dell’universo?” e a “come diavolo fa questa enorme e pesante nave di ferro a galleggiare?”.

 Basandomi sulla mia esperienza personale posso prendermi la briga di sbilanciarmi con una dichiarazione che prevedo farà scalpore, specialmente nel mio bilocale con angolo cottura: non è affatto vero, diventare amico della donna che ti piace non compromette, bisogna solo stare molto attenti a che genere di amico si diventa. 

 È sufficiente evitare di essere quel genere di amico col quale ci si vanta delle proprie scoregge, o cui si raccontano al dettaglio tutte le avventure sessuali, anche le più turpi. L’importante insomma, è che non diventi sua AMICA.

 La questione ci porta, per vie traverse, ad un altro nodo che affligge l’umanità (specialmente gli elementi di sesso maschile) : se abbiamo una base forte come quella di un rapporto d’amicizia, possiamo vantare una forte intesa, ci piacciamo, perché non scopare? Ad un’analisi razionale, questa dovrebbe essere la condizione di partenza ideale per il sesso: il rapporto umano c’è già, è rodato, non è come farlo con sconosciuti dei quali ben presto desidererai la morte, o un’improvvisa sparizione. Nella peggiore delle ipotesi non lo rifarete, ma è stupido pensare che un rapporto d’amicizia possa uscire incrinato da una notte di sesso. E se proprio la notte vi preoccupa, perchè non farlo di giorno?

 Eppure, la stragrande maggioranza della gente è letteralmente terrorizzata da una prospettiva inquietante, che trova la sua forma nella dichiarazione d’intenti, tipicamente femminile, nota come: “ NON VOGLIO ROVINARE TUTTO”. Si scopre così che il vero campo di battaglia è l’amicizia e non il sesso, che i dubbi non sono generati dall’aspetto sessuale; se io e te siamo davvero amici, è poco verosimile credere che per colpa di un pompino smetteremo di esserlo: al massimo potremo trasmetterci una malattia venerea.

 È un ragionamento folle se si crede davvero nella sincerità di un rapporto: la cosa peggiore che potrà capitarci è il non reiterare la scopata, dicendo “Ok, l’abbiamo fatto e non è andata granchè, amen. Per fortuna siamo amici e possiamo continuare a frequentarci” . Invece no, la maggioranza delle persone sembrano vivere nella convinzione che se si fa sesso con un amico, la mattina dopo ci si troverà in disaccordo su qualsiasi argomento, effetto collaterale questo che renderà impossibile la continuazione del vostro rapporto d’amicizia.

 ESEMPIO:

LUI: “Allora ti passo a prendere alle due come al solito per andare allo stadio?”

 LEI: “Ma che dici, sono della Lazio”

 LUI: ”Eh? Ma se fino a ieri eri della Roma?!”

 LEI: “Sì, ma abbiamo fatto sesso. Non ricordi?”

 Ecco dunque che si torna al punto di partenza: vale davvero la pena affrontare tutto questo solo per scopare con una vostra amica? Non potete fare come tutte le persone normali, che si scelgono appositamente amiche non attraenti per evitare questo genere di ostacoli? E se poi, quando le chiedete se le è piaciuto, dovesse rispondere di no? Se finge l’orgasmo? O peggio ancora, se per onorare la vostra amicizia non dovesse fingere?

 Al termine del nostro viaggio, la conclusione può essere soltanto una: essere amico di una donna che vi attrae compromette irreparabilmente la sfera sessuale. D’altro canto quando a scomodarsi sono grandi poeti, come Max Pezzali, state sicuri che le tematiche vengono affrontate in maniera esaustiva e non c’è spazio per appendici o aggiunte tardive.

 Quindi, trattenete pure il fiato: nessuno ha intenzione di ascoltare la vostra opinione al riguardo.

03/08/2009

In vacanza con Gregor Samsa – Parte Due

“Le blatte invadono i miei spazi”: questo avresti dovuto pensare una volta avvistata l’esploratrice sul davanzale.

A questo e non a quanto stanco fossi per il viaggio, a quanto fosse suggestiva la rocca bizantina al tramonto, a quanto fosse leggera la brezza marina che moderava il caldo torrido del Peloponneso, a quante coppiette passeggiassero per la viuzza centrale del paese e a quanto fossero bravi i componenti maschili di suddette coppie nel fingere interesse, osservando la bigiotteria esposta dai negozianti locali.

 Avresti dovuto correre ai ripari, pretendendo dalla responsabile alla reception una nuova stanza, spiegandole quanto fosse evidente la sproporzione tra centotrenta euro a notte e i servizi offerti.

“Niente tv, niente frigobar, un cesso minuscolo che puzza di catacomba, voglio un’altra sistemazione”: questo avresti dovuto dire invece di ordinare col tono incerto del turista di passaggio un’insalata greca, polpo alla griglia, un trancio di pescespada e l’ottimo cocomero, rosso e saporito.

 Si chiama “senno del poi” ed è un tardivo condizionamento del pensiero che ha come caratteristica propria l’inutilità: rigirandoti nel buio, in un letto che hai svestito delle lenzuola per questo intenso caldo estivo, senti qualcosa camminarti sulla gamba, giusto per un attimo.

 Scalci istintivamente e quei due secondi che la tua mano impiega per raggiungere l’interruttore alla tua destra, servono al tuo cervello per realizzare cosa sta succedendo: la tua coscienza visualizza un ricordo ben delineato e lo rappresenta sotto forma di un enunciato che hai letto parecchio tempo fa, sulla pagina di un’enciclopedia online che di questi tempi va per la maggiore.

 ”Sono fotofobiche, si muovono al buio.”

 Il “click” dell’abat-jour coincide con una vampata di luce che si propaga istantaneamente per tutta la stanza: quel che ti concede di vedere, non ti piace affatto.

 Una, due, tre, altre due sul tuo letto: blatte marroni, antenne lunghe, la più grossa raggiunge le dimensioni del tuo pollice. Sono Blattelle Germaniche, sono dentro la tua stanza e, a questo punto, se proprio dovessi lamentarti con la reception dell’hotel, saresti disposto a chiudere un occhio sulla mancanza del frigobar.

 La luce improvvisa disorienta gli scarafaggi: da quieti passeggiatori diventano eccitati corridori senza meta. Questo loro deambulare affannato in un ambiente che non conoscono, alla ricerca di un riparo, ti convince a schizzare fuori del letto, in piedi accanto alla finestra che dà sul balcone. Li guardi schifato mentre cadono, si corrono appresso, costeggiano tutto il battiscopa percorrendo il lato lungo della stanza, prima di sparire, uno dopo l’altro, in una fessura tra muro e armadio.

 Ti ha sempre fatto schifo schiacciare gli insetti. Non per una questione d’empatia: dubiti che abbiano terminazioni nervose, tra loro e il concetto di dolore intercorre una distanza siderale. Il punto è che schiacciare un grosso insetto è come pestare un biscotto farcito: fa un rumore orribile, non sai bene in quale direzione schizzerà l’interno e, probabilmente, lavare la suola della scarpa consisterà in un lavoro minuzioso.

 Ti hanno sempre annoiato, i lavori minuziosi.

 In questo caso specifico poi si tratterebbe di schiacciare quattro o cinque biscottoni Oreo che corrono come ossessi, pieni di zampe (fuori) e stracolmi di merda giallognola (dentro). Inoltre non intendi dormire in una stanza che paghi centotrenta euro a notte se il pavimento è lurido di chiazzediscarafaggiostecchito.

No, qui c’è da chiamare la reception, affrontare una discussione con il responsabile, usare un tono gentile ma fermo. Far valere le tue ragioni di cliente. Chiedere un’altra sistemazione, perché con gli scarafaggi nella stanza tu non ci dormi.

E per fare questo, invece di optare per il giro lungo, passerai per la scala esterna che si imbocca dal tuo balcone: quindi accendi la luce del terrazzo, apri la porta-finestra ed esci fuori.

 Commettendo l’errore più grande della tua vacanza.

 “Non esistono casi isolati, con loro.”

 Quel che ti aspetta lì fuori è puro caos. Non le conti  perché non saresti in grado, ma la tua espressione in questo momento ricorda da vicino quella dell’addetto alla disinfestazione nell’appartamento dei filippini.

Un mare brulicante e marroncino si agita sul davanzale, sui muri, sul pavimento, alla ricerca ossessiva di cibo, o alla ricerca determinata di un pertugio da sfruttare per introdursi nella tua stanza.

Resti qualche secondo sbigottito, tentando di ricordare se arrivando qui hai letto per caso su un cartello qualche riferimento, o qualcosa che possa giustificare in qualche modo tutto questo, tipo: “Benvenuti a Monemvasia: patria mondiale degli esseri più orripilanti del creato”.

 Loro sono tante, affamate e agitate dall’improvvisa luce che gli sta guastando la serata. Inoltre, non sembrano affatto intimidite dalla tua stazza, dal fatto che sei tatuato dalla testa ai piedi o che indossi una t-shirt bianca con scritto a caratteri cubitali MR. ANTISOCIAL.

 È in quel momento che senti un urlo, chiaro e deciso provenire dalla camera dei tuoi genitori. Rientri, serrando accuratamente la porta-finestra e ti precipiti nella loro camera, sapendo che i cinque esploratori ti stanno spiando da sotto l’armadio.

 Tua madre è sul letto con espressione inorridita, tuo padre invece sta deambulando per la camera, alla ricerca di qualche oggetto contundente.

 “Non ci potrai credere, c’è uno scarafaggio!”

 Guardi nella direzione indicata e individui a fatica l’intruso: un po’ perché è dello stesso colore del pavimento, un po’ perché non vanta neanche la metà della stazza di quello che ti ha passeggiato sulla gamba poco fa.

 O dei suoi mille cugini che zampettano allegri, proprio qui fuori.

 Tuo padre intanto schiaccia il piccolo mostro utilizzando una tecnica che dovresti prendere in considerazione: coprire la vittima con un asciugamano, dopodichè pestare con decisione. Questo non implica il coinvolgimento diretto della calzatura e garantisce una dispersione circoscritta delle interiora della vittima.

 Si chiama “Guerra Intelligente”, o “Esecuzione Professionale”.

 Successivamente, avendo constatato le innegabili doti persuasive dimostrate da tua madre, ex olimpionica di “Crisi Isterica”, la direzione dell’hotel ha considerato opportuno trasferirvi in un’altra camera, consentendovi di abbandonare quel rustico set di un B-movie sugli scarafaggi assassini.

Ossessionati dall’idea che uno di quei mostri in miniatura possa essere entrato nelle vostre valigie, vi incamminate seguendo l’inserviente greca, che non parla una parola di inglese, fino alla vostra nuova sistemazione: una camera tripla con aria condizionata, televisore, frigobar, un bagno grande come casa vostra. 

Finalmente rassicurati dall’assenza di scarafaggi e dall’innegabile comfort offerto dalla nuova camera, riuscite a rilassarvi, dando uno sguardo alla tv, leggendo un buon libro o semplicemente abbandonandovi ai comodissimi letti, sprofondando presto nel sonno dei giusti.

 Ed è proprio a causa di questo fisiologico abbassamento della soglia d’attenzione, foraggiato dalla mal riposta convinzione di essersi lasciati finalmente il peggio alle spalle, che nessuno di voi ha notato la diligente e ordinata, quasi svizzera, fila di formiche, che sfruttando un interstizio più largo degli altri, in concomitanza con lo stipite della porta d’ingresso, si sta facendo strada all’interno del vostro comodo e confortevole appartamento vacanziero, alla ricerca, tanto per cambiare, di cibo.

Dopotutto, la notte è ancora lunga.