Dopo mesi di inattività dettata da una sindrome molto diffusa che consiste praticamente nel non avere voglia di fare un cazzo, il 2011 per questo blog comincia con un pezzo riciclato di qualche anno fa. Sperando che prima o poi mi venga voglia di scrivere qualcosa di nuovo.
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Dove sono adesso?
Questa è senza dubbio la sala d’aspetto della mia dentista: riconosco i divani in pelle scura, le pareti bianche e la stampa d’epoca del “cavadenti”.
La finestra, sempre aperta, dà su via di Priscilla. In via di Priscilla, ricordo, ci abita quella di cui ero innamorato in prima elementare.
La radio in filodiffusione suona “La Goccia” della Bertè; una pila di riviste poggia sul tavolino di vetro: ci sono tutte, tranne quella su cui scrivo io. Il mio sopracciglio arcuato sta dicendo – SI TRATTA DI UN’INCONGRUENZA GRAVE – perché la dottoressa Buggeri sostiene essere da sempre una mia ammiratrice: forse devo rivedere qualche valutazione sulla sua onestà.
Ho avuto una storia con sua figlia. Cioè, la dottoressa Buggeri è diventata la mia dentista perché io avevo un storia con sua figlia.
Questo la rende una dentista postuma: prima del mio delirio a due con Viola non coltivavo igiene orale. La mia vecchia dentista infatti era anche la moglie di mio zio, ma da quando si erano separati avevo smesso di andarci e non mi ero preoccupato granchè di trovare una sostituta.
Dopo cinque anni di convivenza,Viola era scappata via con qualcun altro, avevamo smesso di frequentarci e non mi ero preoccupato granchè di trovare una sostituta: ciononostante sua madre mi aveva preso in simpatia e spesso infieriva sulla mia vita sentimentale, trapanandomi i molari.
Dove sono adesso?
Seduto sulla poltrona reclinabile.
Devo estrarre l’ottavo molare superiore destro, operazione di routine. Lei indossa un camice verde, porta i capelli legati e gli occhiali da vista. Tiene in mano qualcosa che somiglia a una pistola, dice che è per l’anestesia.
Viola è andata via con un altro perché io sono stato disonesto: anche se la mia dentista non lo dice, nel suo sguardo si legge sempre una certa nota di disapprovazione. Una raffica di iniezioni m’anestetizza la guancia, la gengiva: l’unica cosa che sento è uno strano calore che aumenta d’intensità, dentro al dente. Credeva molto in me, ma l’ho delusa.
- Ora devo lussarlo.
Non sono preparato in materia, quindi vado a intuito: dovrà lussare il dente, incidere la gengiva, prenderlo con le tenaglie e tirare, tirare finchè non lo estrae.
Sbagliato.
La dottoressa esegue un movimento orizzontale con il polso, deciso ma non forte: lo ripete un’altra volta e la sensazione che provo è quella di mordere un pugno di sabbia.
- Ecco
dice appoggiando un grosso molare coperto di sangue sul tavolinetto d’acciaio: volevo misurarmi col dolore, ma scopro che estrarre il dente del giudizio non fa male. Affatto.
Dove sono adesso?
- Secondo me dovresti richiamarla.
La luce del corridoio è intensa e mi ricorda le lampade dei commissariati, quelle sparate in faccia per condizionare psicologicamente l’interrogato.
- La sento ogni tanto, questa storia non mi sembra affatto un grande amore, è più una questione di affetto o riconoscenza: lui le è stato vicino in un momento difficile ma ora le cose non vanno tanto bene.
E poi, ancora.
- È il momento, fatti perdonare. Lei tornerebbe da te, lo so, conclude senza smettere di fissarmi negli occhi.
Non ne sono così convinto: l’ho tradita, mi ha abbandonato e ho sofferto e adesso ne sto uscendo fuori, faticosamente, col passo del giaguaro. E il passo del giaguaro non prevede la retromarcia.
Dove sono adesso?
Mi sveglio senza trasalire e ci metto qualche secondo a realizzare dove mi trovo.
Sono seduto in un corridoio molto stretto: a giudicare dalle poltrone ordinate in file per due, la moquette e i bocchettoni dell’aria condizionata sopra la testa direi che forse è un pullman.
Ho l’Ipod nelle orecchie e adesso sta suonando “La Goccia” della Bertè.
Forse è un treno.
Indosso Wayfarer neri e sono seduto sul lato esterno.
Forse è un aliscafo.
Inoltre, credo di aver russato.
In alto, sul soffitto, c’è una grossa macchia di sangue, come se qualcuno fosse stato sbalzato dalla poltrona e si fosse spaccato la testa.
Forse è un aereo.
Accanto a me siede un uomo molto pallido: sta guardando fuori dal finestrino, senza dire niente. Guardando l’oblò alla mia destra, si vede solo verde omogeneo: erba.
Il finestrino opposto dà su una distesa azzurra omogenea.
Cielo!
Un brusco spostamento d’aria interrompe la mia esplorazione visiva: il carrello delle bibite sfreccia lungo il corridoio e si va a schiantare rovesciando aranciate, coca cole, cedrate tassoni, spumante, acqua naturale e frizzante, caffè o tè caldi e freddi, snack dolci e salati. Mi tolgo le cuffie e da Loredana Bertè passo a un concerto ruvido di urla belluine: il suono del terrore assoluto.
Ora ricordo: sono sul volo Malpensa – Dublino e sto andando a trovare la mia famiglia per il Ferragosto, ma a giudicare dal clima emotivo a bordo e dalla visuale offerta dai finestrini, mentre dormivo qualcosa è andato storto.
A giudicare dalla sensazione di subbuglio nello stomaco, tipica delle montagne russe, quest’aereo è in caduta libera.
Eppure questa considerazione non mi turba. Cioè: nutro un terrore cieco per il volo e per questo motivo mi sono imbottito di benzodiazepine prima di salire a bordo. Duecentoquaranta gocce che ora stanno costringendo le mie percezioni a viaggiare col freno a mano tirato.
L’abitudine di lasciare le cinture di sicurezza allacciate ha evitato che la forza di gravità mi ammazzasse schiacciandomi la testa sul soffitto, come il tizio del posto avanti a me. Non saprei dire se si tratta di fortuna.
- Non ho mai avuto il coraggio di farlo, sono un vigliacco
dice il mio vicino. Osserva la distesa verde avvicinarsi ed è completamente inespressivo. Poi si volta per guardarmi e ogni volta che parla devo concentrarmi sul labiale, che il concerto di urla disarticolate intorno a noi ostacola la conversazione.
- Sapessi da quanto desidero di addormentarmi e non svegliarmi più. È non sono il genere di persona che ha il coraggio di ammazzarsi. Per fortuna stiamo per schiantarci. Per fortuna non è dipeso da me. Ma lo sai cosa ho scoperto dieci secondi fa?
Lo guardo negli occhi senza dire niente. Ha le pupille dilatate.
- Morire, così, mentre lo aspetti, non fa paura.
Per quanto mi riguarda, dentro sono terrorizzato ma non riesco a provare nè ansia, né terrore né adrenalina. Nulla, tranne un profondo senso di frustrazione: è davvero così che finisco, schiantato su un prato qualsiasi di una qualsiasi campagna dell’Europa settentrionale? Pieno di noia, rimpianti, gesti orrendi e plateali, mancanze di sensibilità, gaffes inaudite camuffate col sarcasmo, gin e acqua tonica, birra doppio malto, oltre duecento libri letti, almeno ventimila ancora da leggere, qualche concerto dei Jethro Tull, qualche fidanzata con cui è andata male, qualche bel ristorante in cui sarei voluto ritornare, qualche sgarbo a sconosciuti, un tamponamento micidiale a due macchine parcheggiate una notte in cui tornavo ubriaco e un post it giallo lasciato su quella Lancia Dedra devastata con su scritto: “scusami, in genere guido meglio” ?
- Morire così, aspettandolo, è solo estremamente noioso.
Il muro verde uniforme ha tratti più precisi e delineati rispetto a venti secondi fa: questo significa che ci stiamo avvicinando e l’impatto non è poi così distante nel tempo.
Devo decidere in fretta come voglio andarmene, optare per un’uscita dignitosa.
Decidere da persona adulta cos’è che voglio fare alla fine, prima di morire?
Esiste solo un metodo per preparare un Gin Tonic e non è quello canonico “un terzo di, un terzo di, limone e ghiaccio”.
Datemi retta: prendete un tumbler, buttateci dentro due cubetti di ghiaccio e una fetta di limone, poi stappate il vostro gin migliore e rovesciatene tre dita nel bicchiere. La bottiglietta di acqua tonica va servita rigorosamente a parte, da dosare come meglio volete: il primo sorso dovrebbe essere di gin puro e se non storcete la bocca in una smorfia di alcolica soddisfazione allora avete sbagliato qualche passaggio. Ma per preparare un Gin Tonic ci vuole almeno un minuto e mezzo e io quel minuto e mezzo non ce l’ho. Inoltre il carrello con le bevande si è schiantato e giace laggiù, nell’estremità opposta di questa bara volante.
Oggi sembra davvero non essere il mio giorno fortunato.
Poi, ecco un’illuminazione.
Mentre il mio vicino scoppia in un pianto dirotto, scosso da strane convulsioni, infilo la mano nella tasca dei jeans ed estraggo il telefono cellulare. Lo accendo, compare la scritta NOKIA sul display e subito dopo si connette alla rete.
Preferiti. Crea messaggio.
Destinatario: Viola.
Forse questa è la mia altissima ed epica opportunità di riabilitarmi agli occhi di qualcuno: il salvataggio in extremis della mia fedina etica. Forse, così facendo, eviterò che al mio funerale ci sia meno gente che alla fermata di un qualsiasi autobus.
Lo compongo velocemente, senza sbagliare mai a premere un tasto. Viene da solo, autonomamente e non ho bisogno di rifletterci più di tanto.
“Scusami per tutto. Tienimi il muso ora, se ci riesci. G.”.
Intorno i suoni disarticolati si fanno compatti: un unico, fortissimo, muro di urla generato da gente che si avverte a vicenda del disastro imminente. Premo il tasto “invia”, ma Dio oggi sembra avermi scelto come suo passatempo da perseguitare: la reazione del mio telefono è stupida e fuori luogo.
“Invio messaggio fallito: rete occupata”.
Ormai non presto più attenzione a quel rito funebre isterico che sta avendo luogo intorno alla mia poltrona. Non guardo più neanche fuori dall’oblò, che tanto già lo so, mancheranno pochi secondi all’impatto.
Non sono preparato in materia, quindi vado a intuito: l’aereo si spezzerà in due tronconi, chi non è saldamente ancorato al suo posto con la cintura di sicurezza verrà schizzato fuori a centinaia di metri di distanza, o si fracasserà il cranio addosso a qualcuno o verrà dilaniato dai pezzi di lamiera che si accartocceranno e sfrecceranno a gran velocità per metri e metri.
Gli altri invece, come me, godranno dell’esperienza del fuoco quando il rottame avvamperà e arderemo tutti insieme, condividendo questa inevitabile avventura, senza nemmeno poterci togliere la soddisfazione di raccontarla a qualche amico, un sabato sera in pizzeria.
Per quanto mi riguarda, sfrutto l’ultima opportunità che il tempo mi concede: è davvero l’unica cosa può interessarmi adesso.
Messaggio inviato.
Un rumore metallico irrompe all’improvviso nelle mie orecchie e un gran bagliore mi acceca proprio mentre sorrido .
L’ultima cosa che penso è che dopotutto quel tizio aveva torto: morire non è noioso.
Affatto.
Sto per salire su un Roma-Brindisi e già di mio ho fottutamente paura di volare. Ti odio.