Cercando Borges a Ventotene – 1

Quel che segue è la verità, nonostante non tutti gli eventi raccontati abbiano avuto luogo.

Sono andato in vacanza a Ventotene con Philip Roth e Georges Simenon. È stato un grosso errore ma me ne sono reso conto troppo tardi. Come un cretino che dovendo affrontare il deserto si porta appresso una cassa di birre calde, ho scelto in maniera pessima i miei compagni di viaggio. Passare del tempo con loro è asfissiante, più dell’afa che quest’isola ti costringe a soffrire, battuta dal sole tutto il giorno e senza l’ombra di un albero a proteggerti. Siamo lì, come tre idioti, sdraiati su un lettino sotto l’ombrellone ad ascoltare il mare. A guardare i gabbiani. In realtà io sono l’unico davvero assorto, completamente abbandonato al mood contemplativo. Loro due litigano in continuazione. Io resto ai margini, cerco di sostenere una tesi, salvo poi assicurarmi che l’altro non si senta messo in minoranza. È come passare l’estate con due bambini che fanno a gara per essere il preferito. La verità, quella che non conoscono, è che nessuno tra loro può ambire al titolo di preferito. Quel che non sanno è che le loro continue liti su questioni marginali mi stanno torturando. Quel che forse nemmeno immaginano è che io sto finendo per odiarli.

- È un tardo pomeriggio d’estate, più precisamente le cinque del 2 agosto e comincia a far capolino qualche nuvola dorata, leggera come panna montata.

Simenon sta accendendosi la pipa, acuendo la mia intollerabilità nei suoi confronti. Le sue descrizioni paesaggistiche mi urtano. Sono didascalie provocatorie e mi viene voglia di mettergli le mani addosso: sento un prurito intollerabile aumentare d’intensità. Digrigno i denti e mi domando se qualcuno nella storia ha mai davvero picchiato un belga, mentre Philip Roth straparla di Nathan Zuckerman dando a intendere che non esiste cosa al mondo che potrebbe interessarlo di più. Nemmeno quelle bagnanti in topless che cercano un vago sollievo con le gambe a mollo. È questo inarrestabile attacco combinato che mi costringe a sbottare.

- Ragazzi, siete insopportabili. Ve l’ha mai detto nessuno?

Non mi rispondono ma è evidente che per loro è un’accusa del tutto inedita. Si guardano scettici, poi una voluta di fumo della pipa di Simenon m’aggredisce le narici e la trachea, costringendomi a tossire. E lui è subito lì, a pressarmi con domande idiote.

- Ti ho fatto male?
- No.
- Ce l’hai con me?
- No.

Resto qualche secondo inespressivo, a godermi l’aria pulita tentando di calmarmi. Davanti a me si erge in mezzo al mare l’isola di Santo Stefano, col suo carcere borbonico in bella vista. È una struttura semicircolare, grigia, abbandonata. Ispirata al “Panopticon” di Bentham, mette a disagio chi la guarda anche a distanza di chilometri. Uno scoglio in mezzo al mare ospita una struttura carceraria a ferro di cavallo, ormai abbandonata da più di cinquant’anni. Forse è la sede di una ricerca fuori tempo massimo o lo spunto per delle riflessioni cupe. Oppure l’inizio di un racconto di Bioy-Casares. Oppure? Mi guardo intorno: Simenon e Roth stanno accapigliandosi sull’evoluzione del punto e virgola nella letteratura contemporanea. Io mi sono stancato: senza dire nulla ai miei compari mi alzo dal lettino e vado a cercare Borges.

[continua]

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