Cercando Borges a Ventotene – 4

Succede a un certo punto che io mi svegli come da uno stato di trance. Il tappeto sonoro è costituito dalla voce della Guercia ma non riesco a distinguere bene le parole. Sono sudato e ho la gola secca. Mi guardo intorno e il disorientamento si prende la libertà di parlare al posto mio.

- È notte. Come hai fatto?

La voce mi esce quasi tremante, insicura. Il punto è che lo scenario sembra essere cambiato repentinamente e non sono sicuro di aver capito QUANDO tutto questo possa essere accaduto. La Guercia mi guarda col suo unico occhio castano: piuttosto perplessa direi.

- Non saprei. Non sono stata io. Mi sembra abbastanza normale comunque, stiamo parlando da tre ore.

Devo essermi perso qualcosa: non siamo più nella piazza a cercare riparo dal sole e dal ghigno della cameriera. A giudicare dal cielo stellato deve essere passato un bel po’ di tempo da quando La Guercia si è seduta al mio tavolo. Ora siamo sotto gli archi di tufo, davanti al porto, in un locale affollato proprio nel punto meno ventilato dell’isola. Sul nostro tavolino ci sono due tumbler colmi di un liquido trasparente e una fetta di limone. Non ho bisogno di assaggiarlo per sapere cos’è.

- Tanqueray?

La Guercia annuisce, portando alla bocca la cannuccia fucsia e aspirandone un sorso. Io la cannuccia la tolgo sempre e infatti nel mio bicchiere non c’è. Porto il tumbler alle labbra e il contatto col ghiaccio mi regala un certo sollievo. Poi è il momento dell’acqua tonica e del gin giù per l’esofago: è importante sapere qual è il tuo cocktail preferito e sono contento di sapere che il mio è – e sempre sarà – il gin tonic.
Intorno, giovani bevitori si scambiano battute di spirito abusando dei propri decibel. Tonnellate di ragazze a malapena maggiorenni che sembrano truccate coi pennarelli si scambiano opinioni e confrontano apprezzamenti nei confronti di certi bellocci post-adolescenziali coi segni dell’acne giovanile. Una di loro, bionda in maniera del tutto innaturale, mi dà del lei per chiedermi un accendino e io reagisco malissimo, replicando con uno scortesissimo

- No.

La Guercia si produce in una risata sguaiata che forse mi piace. Poi aspira ancora un po’ di gin tonic dalla cannuccia fucsia. Io mi ritrovo ad agitare il bicchiere, facendo urtare il ghiaccio con la parete di vetro, riflettendo sul fatto che se una persona che consideri sessualmente appetibile ti dà del lei forse non è un bel sintomo. Poi La Guercia interrompe il flusso dei miei pensieri focalizzando l’attenzione su un dettaglio che m’ero sforzato di ignorare fino adesso.

- Su, avanti. Ora puoi chiedermelo.

Non so se voglio. Lei mi guarda sempre col suo unico occhio, fissa. Essere guardati da un occhio solo è più inquietante: la percezione della fissità è ipertrofica.

- Non so se voglio.

Lei sorride.

- Certo che vuoi.

Dissimulo assumendo un’espressione discreta, ma so che ha ragione. Alcune ragazze al tavolo accanto ordinano un cocktail strano, con un nome che rievoca atmosfere decisamente gay. Io e La Guercia ci guardiamo e sorridiamo: siamo compiaciuti dal grottesco. Allora prendo coraggio e cavalco l’onda: è ora di sapere come ha perso l’occhio. Lei risponde con foga, come se non aspettasse altro da ore.

- Beh, è una storia strana. C’entra mio padre. Lui era, cioè è molto per me, era tutto quando da bambina lo accompagnavo. Lo accompagnavo perché lui faceva delle cose, vedi, cose che per me rappresentavano proprio la quintessenza dell’ESSERE un uomo. Un uomo che fa le cose, questo era mio padre. Ora è un po’ più vecchio e stanco e fa meno cose, ma gli resta un background solido. Non lo sminuisco per una questione d’anzianità, non sono così banale. Insomma mio padre era uno iperattivo con un sacco d’interessi e avevamo una casa in montagna e una al mare. In montagna si facevano passeggiate lunghissime, al mare si pescava. Niente lettino e ombrellone, quella era roba per mia madre. Io avevo scelto la mia compagnia, il mio genitore partner: era mio padre e lo seguivo nelle sue attività. E così lo guardavo spesso mentre faceva surf casting. Questo succedeva perlopiù a Pasqua, perché il periodo del surf casting va da Ottobre ad Aprile e quindi d’estate non si può fare, non ci sono le onde giuste. Ci sarebbe una variante estiva, lo Shore Angling ma non è la stessa cosa, lì c’è il mare piatto. Insomma, mio padre m’aveva sempre istruita per bene, siccome devi lanciare anche a cento metri dalla riva devi stare attento e lasciare lo spazio di manovra al pescatore o rischi di farti male. E io ero attenta e rispettavo le sue indicazioni, erano un dogma sacro e indiscutibile. Solo che un giorno mio padre e mia madre litigano. Non saprei descriverti quel litigio in maniera obiettiva ma io avevo sette anni e mi sembrava una tragedia impossibile da gestire, una frattura insanabile. E quindi sto lì, a vedere mio padre che rabbiosamente lancia a cento metri, borbottando di continuo. L’atmosfera è tesa e io sono completamente ipnotizzata dall’ipotesi che il mio nucleo familiare possa disgregarsi al punto che non mi preoccupo di nient’altro. Soprattutto non mi preoccupo della mia posizione rispetto al pescatore, mio padre. Sto lì, ansiosa, a immaginare una vita in orfanotrofio quando provo la stessa sensazione di quando ti entra un moscerino nell’occhio. Ma non faccio in tempo a domandarmi cos’è, perché il movimento successivo di mio padre, un brusco strattone che da dietro le sue spalle descrive un semicerchio che finisce laggiù, in mezzo al mare, beh quel movimento permette all’amo prima di agganciarmi l’occhio da sotto, penetrando perfettamente nel mio bulbo oculare, poi di estrarlo di netto sradicandolo dalla mia testa. Ricordo che ho continuato a vedere, vedevo con due occhi anche dopo che me l’aveva lanciato in mezzo al mare, almeno per qualche secondo. Poi boh, un po’ di urla strane attutite, neanche troppo sangue, neanche troppo dolore. Per fortuna i miei hanno smesso di litigare dopo quell’incidente. Così è nata La Bambina con la Benda. Ero una celebrità a scuola eh?

Non sembra particolarmente addolorata, né si accanisce nei confronti della sfiga. Questa è una storia che ha mangiato, digerito e cacato da chissà quanto tempo ormai. La Guercia sa il fatto suo ed è fatta di marmo. E a giudicare dalle sue gambe e dal suo culo, questo vale anche per il suo aspetto fisico.

- Beh, e tu invece? Eri così affannato al bar, oggi pomeriggio. Che problema hai?

- Sto cercando Borges.

Il suono tipico di sto-risucchiando-il-fondo-del-bicchiere si siede al nostro tavolo mentre lei aspira il liquido residuo dalla cannuccia ormai ciancicata. Dalla sua espressione mi rendo conto che non ha capito di cosa parlo. Dalla mia probabilmente si sta rendendo conto che non sono sicuro di sapere di cosa sto parlando. Provo ad articolare un paio di spiegazioni che non mi facciano sembrare completamente pazzo o visionario quando lei mi anticipa sul tempo.

- Dovresti rivolgerti all’Uomo in Nero. Quello sa tutto. Se esiste quello che cerchi, lui sa dov’è.

E chi cazzo sarebbe l’Uomo in Nero?

- Un tipo strano, abita da solo in una casa a strapiombo su Parata Grande. Domani vai a trovarlo, una volta m’ha dato una dritta clamorosa.

Finisco il mio gin tonic rovesciandomi il ghiaccio addosso. Lei si guarda intorno col suo unico, vispo occhio. L’aria è calda e stanotte sarà difficile dormire. Restiamo qualche secondo in silenzio.

- Abbiamo cenato?

Annuisce.

- Sì, abbiamo annusato una grigliata di pesce venendo qui.

Resto ad ascoltare la sua risposta rimbalzarmi nella scatola cranica, almeno per un po’.

- E adesso?

dico io.

- Ora ne prendiamo un altro.

dice lei. Poi fa un cenno al cameriere. Quello fa un cenno di rimando assicurandoci di aver capito e torna dentro. A me viene un dubbio.

- Scusa ma quanti ne abbiamo bevuti? Non mi ricordo.

Lei sorride e replica aprendo la mano destra e ritraendo il pollice. Quattro.

- Questo è il quinto?

Annuisce ma io non mi spavento: in fin dei conti lo sapevo già. Stanotte sarà difficile dormire.

[continua]

1 commento

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Una risposta a Cercando Borges a Ventotene – 4

  1. Francesco

    e quando continua?

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