Voglio un problema diverso.

Ho sempre votato PD – o i suoi sperimentali predecessori – per un motivo solo: osteggiare Berlusconi. Osteggio Berlusconi perché ho letto almeno un libro in vita mia e basta quello – uno qualsiasi, anche la Sacra Bibbia o Pinocchio – per avere la certezza assoluta che un ricco e potente non farà mai gli interessi della maggioranza. Il partito che ho sempre votato è di centrosinistra. Il partito che ho sempre votato è stato addirittura al governo, senza mai fare quello che gli domandavo, cioè osteggiare Berlusconi. Ogni volta c’era un motivo diverso per cui non poteva, o non doveva, o se ne dimenticava. E io la volta successiva lo votavo di nuovo, perché non avevo altro modo di osteggiare Berlusconi. 

Il mio assunto di partenza – il centrosinistra osteggia Berlusconi – era sbagliato. La prova incontrovertibile di questa tesi l’ha prodotta Grillo, facendo un nome per la Presidenza della Repubblica – Rodotà – che il centrosinistra non aveva ALCUN motivo di osteggiare. A meno che il centrosinistra non fosse impegnato a curare gli interessi di Berlusconi. Certo, penso io, se il centrosinistra curasse gli interessi di Berlusconi si spiegherebbero improvvisamente tutte e 200mila quelle volte in cui, proprio al momento clou, il momento in cui si poteva affossare definitivamente e chiudere la questione Berlusconi per sempre, ci si è tirati indietro. 

Berlusconi è un’anomalia mortale, un corruttore che si compra 100 voti in cinque minuti grazie al potere dei soldi. Berlusconi ha devastato la destra italiana, ma la maggior parte dei suoi elettori non ha mai letto il famoso unico libro in vita sua e quindi se ne accorgerà quando ormai sarà tardi anche solo per farsene un cruccio. Berlusconi si è comprato la destra e si è comprato la sinistra e da questa situazione, che va avanti dal 1994, non se ne esce con la logica, ma con uno strappo. 

Lo scenario più intuitivo che mi viene in mente è:

Dimissioni di Napolitano entro due o tre anni, che tutti troveranno assolutamente ovvie essendo un novantenne 

– Elezione di Berlusconi come Presidente della Repubblica (a lui i 100 voti non mancheranno di certo, mi facevano notare)

– Probabilmente Alfano Premier. Probabilmente una legge sulla Repubblica Presidenziale che passa con una facilità inaudita. . 

Il Movimento 5 Stelle è pieno di difetti, ma è un bug. Un virus perfetto da iniettare a questo sistema chiuso che si autoalimenta e si regge sui soldi di un corruttore. Io li voterò, da oggi in poi, con l’obiettivo unico di far inceppare il giro. Poi se saranno mediocri o stronzi o incapaci o dannosi o neonazisti me ne preoccuperò quando sarà il momento. Non avete idea della voglia che ho di preoccuparmi di un problema che non si chiami Silvio Berlusconi. Sarebbe una novità assoluta. Ad oggi il movimento di Grillo è l’unico che mi permette di credere che sia possibile.

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Voglio un problema diverso.

Ho sempre votato PD – o i suoi sperimentali predecessori – per un motivo solo: osteggiare Berlusconi. Osteggio Berlusconi perché ho letto almeno un libro in vita mia e basta quello – uno qualsiasi, anche la Sacra Bibbia o Pinocchio – per avere la certezza assoluta che un ricco e potente non farà mai gli interessi della maggioranza. Il partito che ho sempre votato è di centrosinistra. Il partito che ho sempre votato è stato addirittura al governo, senza mai fare quello che gli domandavo, cioè osteggiare Berlusconi. Ogni volta c’era un motivo diverso per cui non poteva, o non doveva, o se ne dimenticava. E io la volta successiva lo votavo di nuovo, perché non avevo altro modo di osteggiare Berlusconi. 

Il mio assunto di partenza – il centrosinistra osteggia Berlusconi – era sbagliato. La prova incontrovertibile di questa tesi l’ha prodotta Grillo, facendo un nome per la Presidenza della Repubblica – Rodotà – che il centrosinistra non aveva ALCUN motivo di osteggiare. A meno che il centrosinistra non fosse impegnato a curare gli interessi di Berlusconi. Certo, penso io, se il centrosinistra curasse gli interessi di Berlusconi si spiegherebbero improvvisamente tutte e 200mila quelle volte in cui, proprio al momento clou, il momento in cui si poteva affossare definitivamente e chiudere la questione Berlusconi per sempre, ci si è tirati indietro. 

Berlusconi è un’anomalia mortale, un corruttore che si compra 100 voti in cinque minuti grazie al potere dei soldi. Berlusconi ha devastato la destra italiana, ma la maggior parte dei suoi elettori non ha mai letto il famoso unico libro in vita sua e quindi se ne accorgerà quando ormai sarà tardi anche solo per farsene un cruccio. Berlusconi si è comprato la destra e si è comprato la sinistra e da questa situazione, che va avanti dal 1994, non se ne esce con la logica, ma con uno strappo. 

Lo scenario più intuitivo che mi viene in mente è:

Dimissioni di Napolitano entro due o tre anni, che tutti troveranno assolutamente ovvie essendo un novantenne 

– Elezione di Berlusconi come Presidente della Repubblica (a lui i 100 voti non mancheranno di certo, mi facevano notare)

– Probabilmente Alfano Premier. Probabilmente una legge sulla Repubblica Presidenziale che passa con una facilità inaudita. . 

Il Movimento 5 Stelle è pieno di difetti, ma è un bug. Un virus perfetto da iniettare a questo sistema chiuso che si autoalimenta e si regge sui soldi di un corruttore. Io li voterò, da oggi in poi, con l’obiettivo unico di far inceppare il giro. Poi se saranno mediocri o stronzi o incapaci o dannosi o neonazisti me ne preoccuperò quando sarà il momento. Non avete idea della voglia che ho di preoccuparmi di un problema che non si chiami Silvio Berlusconi. Sarebbe una novità assoluta. Ad oggi il movimento di Grillo è l’unico che mi permette di credere che sia possibile.

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– Avventura verosimile nella giungla dei vegetariani.

Conoscevo una ragazza vegetariana una volta. L’avevo frequentata per un po’. Ci avevano presentati a una cena a casa di un amico che voleva per forza cucinare la carbonara definitiva. Non ci sarebbe riuscito e avremmo avuto tutti da ridire, chi sul grado di cottura dei rigatoni chi sulla consistenza dell’uovo. Qualcuno domandò se nella carbonara non ci andasse anche la cipolla ma era un’obiezione talmente da principiante che nessuno impiegò energie nel rispondergli. Cosa ci facesse la ragazza vegetariana a una cena a base di carbonara non l’avevo beninteso. Ad ogni modo, mentre il padrone di casa cucinava, io ero seduto su uno sgabello mangiucchiando del parmigiano che tagliavo in grossi pezzi irregolari. Lui faceva politica attiva, l’aveva sempre fatta fin dagli anni del liceo e tagliava in strisce regolari il guanciale. Io già scrivevo sul mio settimanale e alternavo le mie regolari opinioni sul mondo del giornalismo ai suddetti pezzi irregolari di parmigiano, oltre che lunghi sorsi di un vino rosso laziale che adesso non saprei indicare con esattezza. Aprivo la bocca, di tanto in tanto, per dire cose turpi.

Tipo:

– Anche se scrivo di cose apparentemente superflue, come può essere una convention di tatuatori, nulla viene pubblicato se non segue la linea editoriale.

Lui tagliava e tagliava e tagliava il guanciale. Aveva invitato venti persone. Qualcuno di loro faceva politica, come lui. Nei Radicali. È pericoloso andare a cena dai Radicali, perché da un momento all’altro, subito dopo il dessert, potrebbero sottoporti delle mozioni da firmare. E sono mozioni idealmente giuste e tu non hai un motivo valido per rifiutarti. E non puoi firmarle senza averle lette, o dire che non sei d’accordo. Se non sei d’accordo, il Radicale ti costringe a una discussione per esplorare i confini del tuo disaccordo. Andare a cena dai Radicali è pericoloso, adesso lo so e infatti ho smesso di farlo. Valerio tagliava il guanciale e rispondeva ai miei pigri attacchi al mondo del giornalismo con osservazioni di rimando tipiche di chi vuole fare bella figura, inscenando una propensione a futuri alternativi da orticaria.

Tipo:

– Ma la stampa è finita, è in mano ai privati. L’unico esempio possibile di informazione indipendente ormai è Internet.

Eravamo tutti e due giovani, tutti e due ricchi e tutti e due viziati. Tutti e due avevamo delle pretese incompatibili con la realtà, ma io ne avevo una in meno rispetto a Valerio.

Tipo: io la carbonara sapevo prepararla per davvero.

– Non credo di avere la pazienza giusta per scrivere un blog, sai?

Ma Valerio questo lo sapeva e fu il motivo per cui non rispose nemmeno. Così potei notare dietro di lui Gaia, una ragazza del sud coi colori del sud: si era preparata un caffè. O meglio, aveva preparato il caffè in una macchinetta da sei e l’aveva bevuto tutto. Prima di cena. La sua giustificazione era inappuntabile.

– Ho sonno. Ho fatto il caffè.

Non mi stupì affatto che finimmo nel letto del mio appartamento, qualche giorno dopo. La nostra storia finì presto, quando al quarto incontro si presentò con una scatola di biscotti per la mattina successiva. Disse che erano per la colazione e io mi resi conto che era andata troppo oltre. Ma in quelle tre notti in cui restammo uno addosso all’altra nel mio letto, parlammo molto. Lei soprattutto, parlò molto. Mi spiegò che era vegetariana. Studiava qualcosa a che fare con l’ingegneria aerospaziale e la notte passeggiava intorno alla Galleria Borghese, che dentro lasciavano le luci accese e tu potevi vedere i quadri e restare ammaliato. Poi mi raccontò di quando aveva fatto il vento a un ristorante di pesce da 90 euro a testa. Poi mi raccontò di quanto si masturbava, usando i cetrioli: ne prendeva uno bello grosso e gli infilava un preservativo. Dopodiché poteva starci anche mezz’ora a manovrarlo con cautela, spingendolo sempre più in profondità. Rimasi sorpreso da quel pensiero sul preservativo. A me non aveva chiesto di usarlo: forse dietro c’era una contraddizione, ma non riuscii a coglierla. Quando smettemmo col sesso smettemmo anche di sentirci. Lei provò a telefonarmi un paio di volte e io guardai con espressione ebete il suo nome lampeggiare sul display del mio cellulare. Successivamente, a volte, ripensai a Gaia: più o meno sempre in termini degradanti. Un po’ mi annoiava, però faceva il pompino migliore che avessi mai sperimentato. Qualche mese dopo mi trovai di nuovo a una cena, questa volta a casa di una ragazza che scriveva sul mio stesso settimanale. Era una ragazza pugliese e non era attraente, viveva con delle coinquiline. Finii in questo appartamento del Pigneto, partecipando a una cena in piedi insieme a gente mai vista, fingendo disinvoltura. Scoprii con sorpresa che una delle coinquiline era Gaia: mi spiegò che si era spostata, prima abitava a Monteverde. Io non lo sapevo. Mi domandò se scrivevo ancora su quel settimanale e io replicai che era il motivo delle nostre conoscenze comuni. Lei studiava ancora quelle cose degli aeroplani e la sera, nei mesi caldi, passeggiava ancora a ridosso della Galleria Borghese. Mi annoiai esattamente come la prima volta in cui me l’aveva detto. Finimmo accanto al tavolo del cibo e io agguantai un piatto di plastica, brandendo una forchetta, di plastica anche quella. Valutai le possibilità: c’erano tre o quattro pietanze diverse da poter scegliere. Lei mi indicò un grande recipiente di coccio, pieno di insalata greca. Mi disse che l’aveva preparata lei, che era una sua specialità. Ripensai ai cetrioli. Quindi optai per una pasta fredda rucola e salmone.

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Cercando Borges a Ventotene – 4

Succede a un certo punto che io mi svegli come da uno stato di trance. Il tappeto sonoro è costituito dalla voce della Guercia ma non riesco a distinguere bene le parole. Sono sudato e ho la gola secca. Mi guardo intorno e il disorientamento si prende la libertà di parlare al posto mio.

– È notte. Come hai fatto?

La voce mi esce quasi tremante, insicura. Il punto è che lo scenario sembra essere cambiato repentinamente e non sono sicuro di aver capito QUANDO tutto questo possa essere accaduto. La Guercia mi guarda col suo unico occhio castano: piuttosto perplessa direi.

– Non saprei. Non sono stata io. Mi sembra abbastanza normale comunque, stiamo parlando da tre ore.

Devo essermi perso qualcosa: non siamo più nella piazza a cercare riparo dal sole e dal ghigno della cameriera. A giudicare dal cielo stellato deve essere passato un bel po’ di tempo da quando La Guercia si è seduta al mio tavolo. Ora siamo sotto gli archi di tufo, davanti al porto, in un locale affollato proprio nel punto meno ventilato dell’isola. Sul nostro tavolino ci sono due tumbler colmi di un liquido trasparente e una fetta di limone. Non ho bisogno di assaggiarlo per sapere cos’è.

– Tanqueray?

La Guercia annuisce, portando alla bocca la cannuccia fucsia e aspirandone un sorso. Io la cannuccia la tolgo sempre e infatti nel mio bicchiere non c’è. Porto il tumbler alle labbra e il contatto col ghiaccio mi regala un certo sollievo. Poi è il momento dell’acqua tonica e del gin giù per l’esofago: è importante sapere qual è il tuo cocktail preferito e sono contento di sapere che il mio è – e sempre sarà – il gin tonic.
Intorno, giovani bevitori si scambiano battute di spirito abusando dei propri decibel. Tonnellate di ragazze a malapena maggiorenni che sembrano truccate coi pennarelli si scambiano opinioni e confrontano apprezzamenti nei confronti di certi bellocci post-adolescenziali coi segni dell’acne giovanile. Una di loro, bionda in maniera del tutto innaturale, mi dà del lei per chiedermi un accendino e io reagisco malissimo, replicando con uno scortesissimo

– No.

La Guercia si produce in una risata sguaiata che forse mi piace. Poi aspira ancora un po’ di gin tonic dalla cannuccia fucsia. Io mi ritrovo ad agitare il bicchiere, facendo urtare il ghiaccio con la parete di vetro, riflettendo sul fatto che se una persona che consideri sessualmente appetibile ti dà del lei forse non è un bel sintomo. Poi La Guercia interrompe il flusso dei miei pensieri focalizzando l’attenzione su un dettaglio che m’ero sforzato di ignorare fino adesso.

– Su, avanti. Ora puoi chiedermelo.

Non so se voglio. Lei mi guarda sempre col suo unico occhio, fissa. Essere guardati da un occhio solo è più inquietante: la percezione della fissità è ipertrofica.

– Non so se voglio.

Lei sorride.

– Certo che vuoi.

Dissimulo assumendo un’espressione discreta, ma so che ha ragione. Alcune ragazze al tavolo accanto ordinano un cocktail strano, con un nome che rievoca atmosfere decisamente gay. Io e La Guercia ci guardiamo e sorridiamo: siamo compiaciuti dal grottesco. Allora prendo coraggio e cavalco l’onda: è ora di sapere come ha perso l’occhio. Lei risponde con foga, come se non aspettasse altro da ore.

– Beh, è una storia strana. C’entra mio padre. Lui era, cioè è molto per me, era tutto quando da bambina lo accompagnavo. Lo accompagnavo perché lui faceva delle cose, vedi, cose che per me rappresentavano proprio la quintessenza dell’ESSERE un uomo. Un uomo che fa le cose, questo era mio padre. Ora è un po’ più vecchio e stanco e fa meno cose, ma gli resta un background solido. Non lo sminuisco per una questione d’anzianità, non sono così banale. Insomma mio padre era uno iperattivo con un sacco d’interessi e avevamo una casa in montagna e una al mare. In montagna si facevano passeggiate lunghissime, al mare si pescava. Niente lettino e ombrellone, quella era roba per mia madre. Io avevo scelto la mia compagnia, il mio genitore partner: era mio padre e lo seguivo nelle sue attività. E così lo guardavo spesso mentre faceva surf casting. Questo succedeva perlopiù a Pasqua, perché il periodo del surf casting va da Ottobre ad Aprile e quindi d’estate non si può fare, non ci sono le onde giuste. Ci sarebbe una variante estiva, lo Shore Angling ma non è la stessa cosa, lì c’è il mare piatto. Insomma, mio padre m’aveva sempre istruita per bene, siccome devi lanciare anche a cento metri dalla riva devi stare attento e lasciare lo spazio di manovra al pescatore o rischi di farti male. E io ero attenta e rispettavo le sue indicazioni, erano un dogma sacro e indiscutibile. Solo che un giorno mio padre e mia madre litigano. Non saprei descriverti quel litigio in maniera obiettiva ma io avevo sette anni e mi sembrava una tragedia impossibile da gestire, una frattura insanabile. E quindi sto lì, a vedere mio padre che rabbiosamente lancia a cento metri, borbottando di continuo. L’atmosfera è tesa e io sono completamente ipnotizzata dall’ipotesi che il mio nucleo familiare possa disgregarsi al punto che non mi preoccupo di nient’altro. Soprattutto non mi preoccupo della mia posizione rispetto al pescatore, mio padre. Sto lì, ansiosa, a immaginare una vita in orfanotrofio quando provo la stessa sensazione di quando ti entra un moscerino nell’occhio. Ma non faccio in tempo a domandarmi cos’è, perché il movimento successivo di mio padre, un brusco strattone che da dietro le sue spalle descrive un semicerchio che finisce laggiù, in mezzo al mare, beh quel movimento permette all’amo prima di agganciarmi l’occhio da sotto, penetrando perfettamente nel mio bulbo oculare, poi di estrarlo di netto sradicandolo dalla mia testa. Ricordo che ho continuato a vedere, vedevo con due occhi anche dopo che me l’aveva lanciato in mezzo al mare, almeno per qualche secondo. Poi boh, un po’ di urla strane attutite, neanche troppo sangue, neanche troppo dolore. Per fortuna i miei hanno smesso di litigare dopo quell’incidente. Così è nata La Bambina con la Benda. Ero una celebrità a scuola eh?

Non sembra particolarmente addolorata, né si accanisce nei confronti della sfiga. Questa è una storia che ha mangiato, digerito e cacato da chissà quanto tempo ormai. La Guercia sa il fatto suo ed è fatta di marmo. E a giudicare dalle sue gambe e dal suo culo, questo vale anche per il suo aspetto fisico.

– Beh, e tu invece? Eri così affannato al bar, oggi pomeriggio. Che problema hai?

– Sto cercando Borges.

Il suono tipico di sto-risucchiando-il-fondo-del-bicchiere si siede al nostro tavolo mentre lei aspira il liquido residuo dalla cannuccia ormai ciancicata. Dalla sua espressione mi rendo conto che non ha capito di cosa parlo. Dalla mia probabilmente si sta rendendo conto che non sono sicuro di sapere di cosa sto parlando. Provo ad articolare un paio di spiegazioni che non mi facciano sembrare completamente pazzo o visionario quando lei mi anticipa sul tempo.

– Dovresti rivolgerti all’Uomo in Nero. Quello sa tutto. Se esiste quello che cerchi, lui sa dov’è.

E chi cazzo sarebbe l’Uomo in Nero?

– Un tipo strano, abita da solo in una casa a strapiombo su Parata Grande. Domani vai a trovarlo, una volta m’ha dato una dritta clamorosa.

Finisco il mio gin tonic rovesciandomi il ghiaccio addosso. Lei si guarda intorno col suo unico, vispo occhio. L’aria è calda e stanotte sarà difficile dormire. Restiamo qualche secondo in silenzio.

– Abbiamo cenato?

Annuisce.

– Sì, abbiamo annusato una grigliata di pesce venendo qui.

Resto ad ascoltare la sua risposta rimbalzarmi nella scatola cranica, almeno per un po’.

– E adesso?

dico io.

– Ora ne prendiamo un altro.

dice lei. Poi fa un cenno al cameriere. Quello fa un cenno di rimando assicurandoci di aver capito e torna dentro. A me viene un dubbio.

– Scusa ma quanti ne abbiamo bevuti? Non mi ricordo.

Lei sorride e replica aprendo la mano destra e ritraendo il pollice. Quattro.

– Questo è il quinto?

Annuisce ma io non mi spavento: in fin dei conti lo sapevo già. Stanotte sarà difficile dormire.

[continua]

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Cercando Borges a Ventotene – 3

Di quella donna, guardo tutto. È un tardo pomeriggio estivo e trangugio latte e menta, una bevanda strana da infanzia di qualche scrittore anni cinquanta, quando lo sguardo smette di roteare e si fissa su una persona sola. E questo è strano perché il mio sguardo rotea di continuo e a volte mi convince che questo è davvero l’unico modo per non diventare pazzi. O noiosi.

Insomma, passo nel giro di pochi secondi dal caleidoscopio di cliché di una piazza estiva – non più bambini che corrono, non più vecchi che si lamentano, non più coppie di giovani turisti che si fotografano a vicenda – a un’istantanea, anzi una sequenza in slow motion di – cos’è che è? – sì, due gambe chilometriche distese che arrivano su fino a un culo (non lo vedo ma ne intuisco le proporzioni) seduto sulla sedia metallica di un tavolino. Un tavolino come il mio, solo battuto dal sole. E poi c’è attaccata, dai fianchi in su, dicevo c’è attaccata una donna con una camicia di lino aperta e sotto un costume a due pezzi: il bikini offre uno scorcio rotondo e interessante, ma anche sopra figurano due belle spalle larghe tipiche di chi ha una storia passata che è transitata per qualche piscina olimpionica. Poi una testa di profilo con dei capelli castani luminosi, indossa degli occhiali da sole, una birra davanti e un cappello di paglia bianco in testa. È una giovane donna in vacanza e guarda fissa davanti a sé, forse il castello borbonico o forse la piazza gremita di sfasciacazzi d’ogni età. Di sicuro non sta guardando me. Sul braccio destro ha una Betty Boop tatuata. Di sicuro non sta guardando me. Finalmente un nuovo alito di vento porta via il residuo stagnante del profumo dolciastro di quella cameriera storta, che quando è tornata a portare il bicchierone di robaccia fredda mezza verde e mezza bianca ha continuato a sogghignare sbilenca. Perché mai ho dato retta al libraio stridulo? Sbuffo, mentre la donna – quella che guardo tutta intera, oh sì – di botto stacca il suo culo dalla sedia metallica, agguanta la bottiglia da 33cl di Super Tennent’s e si dirige verso il mio tavolo.

Di sicuro, non sta guardando me.

Il suo è un passo deciso, io resto sulla sponda del pessimismo per qualche secondo di troppo: ora ne sono certo e sta guardando me. La tengo nel campo della vista periferica e penso che se una donna apparentemente appetibile sessualmente punta il mio tavolo e si accorge che sto bevendo latte e menta, beh caro mio le possibilità di realizzare qualche progetto scabroso di sesso estivo finalizzato al vantarsi con gli amici crollano inesorabilmente. Ma questo pensiero è lungo e articolato e a me piace curarlo nelle forme e nella punteggiatura, col risultato drammatico facilmente immaginabile: lei è al mio tavolo e mi fissa e io devo spararmi in gola mezzo bicchiere di latte e menta, che a dir la verità stomaca anche per una questione di estrema sapidità monocorde altrimenti detta: stucchevole.

– Ciao. Cos’è quella merda? Latte e menta?

Credo di trasalire. Credo di avere un rivolo di liquido verde pallido che scende giù dall’angolo estremo della bocca. L’angolo destro.

– Quale? No.

Davvero, non sei credibile.

– Smettila, non devi mica darti un tono. Già mi hai convinta.

La sento ridere mentre dice che già l’ho convinta. Ancora non schiodo lo sguardo dal bicchiere vuoto, palesemente un ex-bicchiere di latte e menta. Sono fottuto.

– Però sai ti stavo guardando e mi sono detta: che cazzo, questo ti guarda tutta tranne quello che guardano tutti. Allora ho pensato, mi hai convinta tizio strano che beve latte e menta alle sei del pomeriggio.

Allora, nel giro di pochi secondi succedono un po’ di cose. Una mano molto curata appoggia una bottiglia di birra doppio malto sul tavolino, proprio accanto al bicchiere stracolmo del mio imbarazzo. Con un movimento armonico la ragazza entra nell’ombra, piegandosi dolcemente e adagiando il culo che poco prima occupava un’altra sedia di un altro tavolino dello stesso bar, solo al sole. Io alzo la testa, incoraggiato dal suo ingiustificato – per il momento – attestato di stima nei miei confronti e risalgo le sue gambe chilometriche, i fianchi le mani le braccia la camicia di lino aperta e il bikini che qualcosa si intravede ma non abbastanza e quando arrivo al collo c’è lei che s’è tolta il cappello e sta sventolando i capelli al vento, dei capelli ricci castani e luminosi e che probabilmente sanno di salsedine perché un retrogusto strano m’arriva fin dentro le narici a darmi il benvenuto. E mentre l’immagine è mossa e non riesco ancora a guardarla bene in faccia, mentre le nostre teste si muovono contemporaneamente una dal basso verso l’alto – la mia – e l’altra da destra verso sinistra – la sua – io intravedo al di là del tavolo accanto la solita cameriera sbieca che continua a lanciarmi occhiate sarcastiche ostentando una dentatura da necrofaga selvaggia. Poi i movimenti finiscono e dal rallentatore si torna alla velocità normale e dal muto si passa al sonoro e dal bianco e nero ai colori. E davanti a me c’è lei, la ragazza che si è alzata dal suo tavolo per venire a dirmi che ho guardato tutto di lei, tranne quello che guardano tutti. E ora ce l’ho proprio davanti quello che tutti guardano e che io non avevo ancora visto. Il suo viso – un bel viso – non è più ornato dai capelli ricci, perché se li sta legando dietro la nuca. E adesso posso vedere con estrema chiarezza che quelli non erano occhiali da sole visti in prospettiva su un volto di profilo: è semplicemente una benda nera da pirata che copre l’occhio destro. Resto stordito, fissandola come un idiota tentando di capire se è uno scherzo, se sto vedendo bene, se ho sbagliato qualcosa, da qualche parte. Lei mi tende la mano sorridendo e dice

– Piacere. Io sono La Guercia.

[continua]

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Cercando Borges a Ventotene – 2

L’isola, il sole, il mare. Lo scoglio col carcere. C’era una “short story” di Bufalino ambientata in un carcere borbonico. “Le Menzogne della Notte”, si intitolava. L’avevo letta durante un viaggio aereo per Atene e m’era successa quella cosa così frequente nei ristoranti: leggi e leggi e leggi il menu e poi alla fine non hai memorizzato nulla. Questo perché – in aereo – ero terrorizzato. Non ci riuscivo proprio a memorizzare, a capire, a entrare nella storia. Poi – una volta a terra – l’avevo riletta tutta, sdraiato su una spiaggia dell’isola di Ydra. C’erano solo muli e gatti a Ydra: il motore a scoppio era vietato e così avrebbero dovuto fare anche a Ventotene. Questo penso mentre il libraio mi guarda coi suoi occhi azzurri: sembra sconsolato.

– Solo questo.

Tra le mani tiene un libro minuscolo, lo trattiene incastrato tra pollice e indice della mano destra. È Borges. Lo raccolgo come fosse una reliquia o un fragilissimo essere vivente – tipo un colibrì – per esplorarne le pagine. Sono scritte molto fitte, i caratteri minuscoli.

– Cos’è, una pubblicazione per ipermetropi?

Il libraio sorride.

– Purtroppo ci ha lasciati così.

Non è quel che sto cercando. Lo penso e poi lo dico.

– Non è ciò che cerco. Mi dispiace.

Il libraio sembra improvvisamente uno che la sa lunga: mi guarda mentre ripone il minuscolo libretto, poi assume un’aria grave. Da paternale in arrivo.

– Bisognerebbe sapersi adattare. Impiegare il proprio tempo nelle ricerche può rivelarsi pericoloso.

Odio le paternali. Provo a comunicarglielo ma la mia mimica facciale deve essere così scadente che lui addirittura la sfrutta come trampolino di lancio per incalzarmi.

– Tutto sta nella percezione del proprio tempo. Dipende da quanta vita si ha dietro e quanta davanti. Quant’era lontano DOPODOMANI quando avevi otto anni? A quaranta è un soffio di vento e non bisognerebbe mai barattare un soffio di vento per una ricerca.

Ripenso al mio lettino da mare, al mio ombrellone. Il mio problema non sono io. Mi tornano in mente Simenon e Roth che si accapigliano, a quest’ora di certo esanimi, sotto l’ombra che pago otto euro all’affittuario ucraino col cappello di paglia. Oh no, il mio problema non sono io.

– Mai saputo farlo.
– Cosa?
– Adattarmi. Guardi che il mio problema non sono io.

Il libraio sorride ancora, sollevando da terra un enorme volume. Sopra c’è scritto a caratteri dorati Anglo-American Cyclopaedia. L’indicazione alfabetica sul frontespizio e sulla costola è Tor-Ups. Il libraio la solleva sbuffando, poi la ripone in uno spazio vuoto dello scaffale, vicino ad altri volumi ugualmente rilegati. Il tomo produce un rumore sordo, un rumore grasso. È in perfetta antitesi con lo stridulo e tagliente timbro del libraio.

– Vede, posso darle del lei?

Annuisco.

– Uno dovrebbe muoversi in base al tempo che ha a disposizione. Lei crede di avere più passato o futuro?

È una domanda facile: alle spalle ho trent’anni e ne avrò vissuti a malapena dieci. Diciamo che sto a metà.

– Credo di essere a metà.

Lui osserva ad occhi socchiusi la sua enciclopedia, adesso perfettamente allineata. Sembra soddisfatto del suo lavoro. Sembra soddisfatto anche della mia risposta.

– Senta, io non posso aiutarla. Vada al bar qui accanto. Ordini qualcosa di analcolico, forse un latte e menta, poi occupi pure un tavolino all’ombra. Se fa tutto come si deve probabilmente qualcuno che l’ha visto le dirà dove cercare.

Detto questo si incammina a passo lento, dirigendosi verso l’estremità opposta della sua libreria. Io guardo l’orologio: è un po’ tardi per ordinare qualcosa di analcolico, eppure nelle sue parole c’è qualcosa che mi convince a seguire le regole. Esco dal negozio e passo dall’aria condizionata all’afa dell’isola. La piazza è battuta dal sole e certi bambini corrono ululando davanti alla scalinata del castello borbonico. Ci sono i soliti vecchi sulle solite panchine. Mi avvicino all’unico tavolo all’ombra del bar che m’ha indicato il libraio. Avrò percorso sì e no venti passi e già sto sudando. Quando mi siedo però arriva una certa brezza a darmi il benvenuto, anticipando di pochi secondi una cameriera sgraziata che non trattiene un sorriso vagamente sarcastico ascoltando la mia ordinazione. Poi se ne va, lasciando un retrogusto dolciastro nell’aria che nemmeno il vento riesce a mandar via. Mi guardo intorno, aspettando il primo latte e menta della mia vita: sembra non esserci nessuno in grado di indirizzarmi come si deve.

[continua]

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Cercando Borges a Ventotene – 1

Quel che segue è la verità, nonostante non tutti gli eventi raccontati abbiano avuto luogo.

Sono andato in vacanza a Ventotene con Philip Roth e Georges Simenon. È stato un grosso errore ma me ne sono reso conto troppo tardi. Come un cretino che dovendo affrontare il deserto si porta appresso una cassa di birre calde, ho scelto in maniera pessima i miei compagni di viaggio. Passare del tempo con loro è asfissiante, più dell’afa che quest’isola ti costringe a soffrire, battuta dal sole tutto il giorno e senza l’ombra di un albero a proteggerti. Siamo lì, come tre idioti, sdraiati su un lettino sotto l’ombrellone ad ascoltare il mare. A guardare i gabbiani. In realtà io sono l’unico davvero assorto, completamente abbandonato al mood contemplativo. Loro due litigano in continuazione. Io resto ai margini, cerco di sostenere una tesi, salvo poi assicurarmi che l’altro non si senta messo in minoranza. È come passare l’estate con due bambini che fanno a gara per essere il preferito. La verità, quella che non conoscono, è che nessuno tra loro può ambire al titolo di preferito. Quel che non sanno è che le loro continue liti su questioni marginali mi stanno torturando. Quel che forse nemmeno immaginano è che io sto finendo per odiarli.

– È un tardo pomeriggio d’estate, più precisamente le cinque del 2 agosto e comincia a far capolino qualche nuvola dorata, leggera come panna montata.

Simenon sta accendendosi la pipa, acuendo la mia intollerabilità nei suoi confronti. Le sue descrizioni paesaggistiche mi urtano. Sono didascalie provocatorie e mi viene voglia di mettergli le mani addosso: sento un prurito intollerabile aumentare d’intensità. Digrigno i denti e mi domando se qualcuno nella storia ha mai davvero picchiato un belga, mentre Philip Roth straparla di Nathan Zuckerman dando a intendere che non esiste cosa al mondo che potrebbe interessarlo di più. Nemmeno quelle bagnanti in topless che cercano un vago sollievo con le gambe a mollo. È questo inarrestabile attacco combinato che mi costringe a sbottare.

– Ragazzi, siete insopportabili. Ve l’ha mai detto nessuno?

Non mi rispondono ma è evidente che per loro è un’accusa del tutto inedita. Si guardano scettici, poi una voluta di fumo della pipa di Simenon m’aggredisce le narici e la trachea, costringendomi a tossire. E lui è subito lì, a pressarmi con domande idiote.

– Ti ho fatto male?
– No.
– Ce l’hai con me?
– No.

Resto qualche secondo inespressivo, a godermi l’aria pulita tentando di calmarmi. Davanti a me si erge in mezzo al mare l’isola di Santo Stefano, col suo carcere borbonico in bella vista. È una struttura semicircolare, grigia, abbandonata. Ispirata al “Panopticon” di Bentham, mette a disagio chi la guarda anche a distanza di chilometri. Uno scoglio in mezzo al mare ospita una struttura carceraria a ferro di cavallo, ormai abbandonata da più di cinquant’anni. Forse è la sede di una ricerca fuori tempo massimo o lo spunto per delle riflessioni cupe. Oppure l’inizio di un racconto di Bioy-Casares. Oppure? Mi guardo intorno: Simenon e Roth stanno accapigliandosi sull’evoluzione del punto e virgola nella letteratura contemporanea. Io mi sono stancato: senza dire nulla ai miei compari mi alzo dal lettino e vado a cercare Borges.

[continua]

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